Anita Madaluni a Radio Idea: «La parola è stata stuprata. Siamo strumenti, non fonti»


Nell’intervista curata dall’ing. Mario Di Gregorio per Ideanews, la nota comunicatrice e ambasciatrice di pace analizza il declino del pensiero critico e la pericolosa deriva del giornalismo contemporaneo, tra manipolazione sonora e perdita di senso etimologico.

In un’epoca in cui il rumore di fondo sembra aver sostituito il ragionamento, il nome Radio Idea suona quasi come una provocazione o, nelle parole di Anita Madaluni, «una lampadina accesa che lascia ben sperare». L’intervista realizzata dall’ing. Mario Di Gregorio non è stata solo un excursus nella carriera poliedrica di Madaluni — dalla musica al giornalismo, dalla vicepresidenza di Senza Veli sulla Lingua al ruolo di storica portavoce di Nino Benvenuti — ma una riflessione profonda sulla responsabilità della parola pubblica.

Il comunicatore come "strumento" e non come "fonte"
Uno dei passaggi più suggestivi dell'incontro riguarda la natura stessa della comunicazione. Anita Madaluni respinge l'idea del comunicatore come "emittente" egocentrico.

«Non siamo noi la fonte. Quando ci rendiamo strumento di qualcosa che si deve manifestare — che sia musica, danza o parola — la cosa funziona perché accantoniamo l'ego e seguiamo il flusso».

Questa visione "quantistica" e fluida dell'esistenza vede la vita come un continuum di esperienze dove l'unica missione è farsi trovare pronti. Per Madaluni, la professionalità non è un punto d'arrivo, ma una consapevolezza che si modella come branchie che permettono di respirare in acquari sempre diversi, a volte popolati da piranha, a volte da pesci rossi.

L’equivoco tra Informazione e Comunicazione
Il cuore critico dell'intervista si focalizza sulla distinzione, oggi perduta, tra informazione e comunicazione. Se l'informazione è il mero trasferimento di dati, la comunicazione è la creazione di una relazione, un ponte che può veicolare «un pugno o una carezza».

Madaluni usa parole forti per descrivere lo stato attuale del sistema mediatico: «La parola è stata stuprata». Secondo l'ospite di Radio Idea, il giornalismo degli ultimi anni ha cavalcato l'impigrimento di un'umanità in "torpore", utilizzando la tecnica per mistificare i significati anziché chiarirli.

La "trappola" del paraverbale: il paradosso del cannibale
L'analisi si sposta poi sulla Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) e sull'uso ipnotico della voce nei media tradizionali. 
Madaluni offre un esempio folgorante, quasi cinematografico, per spiegare come la forma possa uccidere il contenuto:

«Se io sono un cannibale e ti invito a cena dicendoti che il secondo sarai tu, ma lo faccio con il tono giusto, rassicurante e fluido, tu a casa mia ci vieni anche vestito a festa».

È questo il rischio che corriamo davanti a un telegiornale: assorbire notizie drammatiche o limitazioni della libertà personale attraverso toni così "rassicuranti" da annullare la reazione critica. Il suono della parola attiva frequenze che bypassano il contenuto logico, portando l'ascoltatore ad accettare l'inaccettabile.

Difendere il pensiero critico
L'intervista si chiude con un appello alla responsabilità individuale. In un mondo che corre verso l'annichilimento delle idee proprie, il "pensiero critico" non deve essere uno slogan di moda, ma un esercizio quotidiano di resistenza.

Come sottolineato in chiusura dall'ing. Di Gregorio, il compito di testate come Ideanews resta quello di porre domande scomode, convinti che il dubbio non sia un problema da censurare, ma il pilastro di una società realmente libera.


L'INTERVISTA INTEGRALE

Qui di seguito riportiamo la  interessante intervista  del colloquio tra l'ing. Mario Di Gregorio e Anita Madaluni.

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