C'è una motosega che lavora in silenzio a Molfetta. Non fa notizia, non finisce sui giornali locali, eppure il suo rumore sordo accompagna da anni la trasformazione di questa città adriatica: un albero in meno, un cantiere in più. Decine di esemplari decennali abbattuti senza criterio, sostituiti — quando va bene — da alberelli striminziti che impiegheranno trent'anni a produrre quella stessa ombra che in un pomeriggio si è cancellata per sempre.
Non è nostalgia. È aritmetica.
Un albero adulto filtra fino a 20 kg di polveri sottili l'anno, raffredda l'aria circostante anche di 5-8 gradi, assorbe CO₂ e offre ombra. Un arbusto appena piantato non fa nulla di tutto ciò. Eppure nelle scelte urbanistiche di molte amministrazioni italiane — Molfetta compresa — questa differenza sembra non pesare. Si procede per logiche di scatola: togli il vecchio, metti il nuovo, chiudi il cantiere, incassa il consenso.
Il risultato è sotto gli occhi di chi cammina d'estate sotto il sole pugliese: asfalto rovente, panchine senza ombra, strade che sembrano padelle. Le cosiddette "isole di calore urbane" non sono un fenomeno nordico o una teoria climatica astratta: sono Molfetta ad agosto, come sono Bari, Taranto, Napoli, Palermo, Roma. Città che hanno smesso di investire nel verde pubblico e ora pagano il conto in gradi centigradi e pronto soccorso intasati.
Ma c'è un aspetto ancora meno discusso: gli alberi non rinfrescano soltanto. Fermano le polveri sottili PM2.5, le più pericolose per l'apparato respiratorio, quelle che si infilano nei polmoni e non escono più. Attenuano le onde elettromagnetiche. Riducono il rumore. Regolano il ciclo idrologico. Sono, in sostanza, infrastrutture. Non decorazioni.
Eppure nel dibattito pubblico locale continuano a essere trattati come un problema da gestire, quando non direttamente da eliminare. Si formano comitati contro il parcheggio, contro i parrocchetti monaco — specie peraltro protetta dalla normativa europea — contro i colombi, contro gli insetti che dagli alberi migrano sui balconi e aggrediscono le piante in vaso. Proteste legittime nella forma, ma che nascondono una causa più profonda: la mancata cura del patrimonio verde. Alberi mai irrorati, mai trattati fitosanitariamente, lasciati diventare rifugio e incubatrice per parassiti che poi inevitabilmente si espandono nel vicinato. Il problema non sono gli animali. È l'abbandono.
A questo si aggiunge la piaga delle potature selvagge: interventi brutali che eliminano interi rami portanti, svuotano le chiome e — per una legge elementare di biologia — privano le radici dello stimolo a espandersi. Un albero potato male non cresce, non si consolida, non si ancora al suolo come dovrebbe. Resta lì, alto magari trenta o quaranta metri, con una chioma ridotta a ciuffo e un apparato radicale che non regge. Una bomba a orologeria, come ha dimostrato tragicamente quello che è successo di recente a Bisceglie, dove un albero abbattuto dal vento ha causato vittime: una vicenda che ha scosso tutta la provincia e che dovrebbe far riflettere ogni amministrazione del territorio su cosa significhi davvero gestire — e non solo piantare o tagliare — il verde urbano.
La questione non è solo estetica o sentimentale. Lo studioso Thomas Crowther ha stimato — in uno studio approfondito da Adnkronos Green Economy nella sezione dedicata alla Green Economy e intitolato "Potrebbe la natura stessa contenere la soluzione al cambiamento climatico? Il ruolo della riforestazione secondo l'esperto" — che i nuovi ecosistemi forestali potrebbero sequestrare oltre 205 gigatoni di carbonio a maturità, contribuendo per circa il 30% al fabbisogno globale di assorbimento. Ma la vera forza della natura, sottolinea Crowther, non è solo nei numeri del carbonio: è nella sua capacità di rigenerare economia, salute e qualità della vita delle comunità. Il problema è che queste comunità devono prima smettere di tagliare quello che hanno — e imparare a prendersi cura di ciò che è rimasto.
Molfetta potrebbe cominciare da lì. Non con grandi piani, non con fondi europei che arriveranno tra dieci anni. Con una cosa semplice: smettere di abbattere quello che cresce da decenni, trattare gli alberi esistenti con competenza e continuità, e affidarsi a professionisti del settore per le potature — interventi delicati che vanno eseguiti nei momenti giusti del ciclo vegetativo, preferibilmente in tarda estate o in autunno inoltrato, quando la pianta è in riposo e il taglio causa il minimo stress. E con altrettanta attenzione al calendario naturale della fauna: mai intervenire in primavera, quando gli alberi sono abitati da nidi attivi e la legge stessa vieta di disturbare la nidificazione degli uccelli selvatici. Una potatura fatta male, nel momento sbagliato, da chi non conosce la biologia dell'albero che ha davanti, non è manutenzione: è un danno lento e silenzioso, che si paga negli anni successivi in chiome rachitiche, radici deboli e piante sempre più vulnerabili al vento.
Il verde urbano non è un lusso. È aria. E in certi casi, è anche salva vita.





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